Fare arte oggi significa fare una serie infinite di cose che fino a qualche decennio fa nessun artista si sarebbe mai sognato di fare; tutto incominciò quando Marcel Duchamp espose un orinatoio bell’è pronto “spacciandolo” per una fontana con tanto di firma, la sua.
Poi venne la pop di Andy Warhol e l’armamentario dell’arte si mescolò e si rimescolò con tutto quanto quello che l’opulenta società occidentale andava producendo, proponendo, consumando tutto con onnivora voracità. L’arte che si mise al servizio del quotidiano e delle banalità da supermercato.
Ora, le cose si sono ancor più ingigantite è l’ennesima prova della continua ricerca del nuovo, sempre e comunque nell’ambito del “già prodotto” artistico e non. Driant Zeneli, artista albanese, ha innestato nel suo itinerario artistico un persistente iconismo di derivazione pop-ista, comunque carico di concetti e riflessioni sul proprio essere in una società consumistica.
Lui parla di identità attraverso i suoi fotoritratti replicati in forme seriali per affermare la propria identità, non tanto connessa ad uno specifico stato e considerato secondo le sue idee solo come entità geografica, ma piuttosto al concetto di famiglia e cultura. La sua “casa” non dipinta di rosa, ma con il suo autoritratto, con tanto di tappeto verde e di zerbino augurale, ci dice che oltre quella soglia scura si scoprirà il suo mondo, ovvero tutte quelle opere che con educata ironia mettono in mostra le icone del suo e del nostro vissuto quotidiano.
Il fatto è che l’americanizzazione di tutto l’Occidente ed ora di altri paesi emergenti, sta distruggendo le identità personali, sostituendo ai miti pagani degli eroi-guerrieri e delle dee-veneri, gli effimeri miti dell’ eros virtuale e di tutto quanto c’è di inutile in un enorme centro commerciale.
Diogene andava al mercato per scoprire quello di cui non aveva bisogno.
Antonio G. Benemia
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